I racconti di Leonard Want – 10

LONDRA, 11 MARZO 2020, ore 12:00

Sto meglio. Ho tossito un po’ di volte, ma ho deciso che è solo tosse. Elizabeth sta meglio, e tanto mi basta. Ho sentito Paul al telefono, e anche lui sta bene. Mia sorella è a posto, i miei anche. Evelin e Lisa e Lucifer sono scomparsi, come per magia. Dopo ieri sera, né visti né sentiti. A quanto pare, è il mio momento.

Mi sono fatto accompagnare in taxi sul London Bridge, curioso di scoprire se lui si sarebbe davvero fatto trovare là. È là, esattamente al centro del ponte, fra le due torri. Indossa un paio di jeans slavati, le solite scarpe, i capelli lunghi mossi dal vento che sul ponte puoi sempre trovare. Guarda di sotto, e non è un buon segno. Mi sono fatto lasciare dal tassista a un centinaio di metri da lui, per poter arrivare a piedi vicino a lui senza troppi effetti speciali.

            “Emmanuele”, gli dico. Lui si gira verso di me, come se si aspettasse il mio arrivo, senza mostrare alcuna sorpresa.

            “Leonard. Sapevo che saresti venuto. Vuoi convincermi a non saltare?”

Io lo osservo. Nessun segnale di tensione. In questa circostanza, ha utilizzato una strategia di avversione alla perdita, avendo detto “convincermi a non saltare”. Avrebbe potuto dire: “convincermi a tornare a casa”. Ne terrò conto. Ogni dettaglio è importante. Ogni dettaglio conta. Devo stare molto attento. Se dimostro di avere obiettivi troppo stringenti su di lui, potrebbe iniziare a desiderare di fare il bastian contrario. Soprattutto, devo considerare che la sua mente è ottenebrata dal demone Dantalian, e devo ricordarmi che quando una persona è preda di pensieri negativi, qualsiasi scelta che prenda è frutto di tali pensieri, e degli ormoni corrispondenti.

Quindi, prima di iniziare a negoziare con lui, voglio fargli almeno per un attimo cambiare focus.

            “In realtà, non lo so perché sono qui. Tua madre è stata molto vaga con me. Ho appena finito una lunga chiacchierata con mia figlia Elizabeth, e sono solo molto contento perché stava poco bene, e ora sta meglio. Questo mi rende contento. Magari tu non sei contento ma ecco, immagino tu possa essere felice di sapere che a qualcuno le cose, ogni tanto, girano per il verso giusto”.

Dovrebbe rispondere in modo affermativo. Dopo tutto è Gesù e, al di là di tutte le frottole che ci hanno insegnato a Catechismo, dal punto di vista storico, è il primo e grande monaco buddhista della storia. Dovrebbe essere contento e mi aspetto che tutti gli anni che lui ha trascorso in India dai 17 ai 33 anni, in compagnia di monaci buddhisti, a qualcosa siano serviti. Infatti, sorride. Io auspico che colga l’amo che gli ho lanciato.

            “Certo che sono contento”, mi dice cogliendo l’amo.

            “Lo sei davvero?”, chiedo per fargli rinforzare l’impegno preso.

            “Ma certo, che domande”.

            “E come mai sei contento?”

            “Perché sono contento quando le persone stanno bene, credo che sia nella mia natura, un regalo di mamma, per così dire”.

Molto bene, penso. Lascio che le sue parole prendano forma. Quando interagiamo con qualcuno, le parole sono importanti. E lo sono anche i silenzi. Perché quando stiamo in silenzio, facciamo in modo che qualcuno riempia questo vuoto.

            “E tu lo sai che se tornassi a casa, molte persone sarebbero tutt’altro che contente, e il male prenderebbe il sopravvento? Conosci Dantalian, immagino, sai di che cosa si nutre e di che cosa è capace. Noi, adesso, proprio ora, in questo momento, non possiamo permettere che la paura prenda il sopravvento. Noi abbiamo il dovere di fare del nostro meglio, tutti insieme, per superare questo momento così sfidante e impedire alla paura di renderci suoi schiavi. Noi siamo liberi, e siamo liberi di decidere come stare, a cosa pensare, come comportarci. Questo ti è chiaro?”

Lui sorride, con calma, nonostante il mio tono di voce incalzante.

            “Mi è molto chiaro, Leonard. E tu parli davvero molto bene”.

            “Dimmi qualcosa che non so, Gesù. Stupiscimi. Dimmi perché, ad esempio, pur sapendo che il tuo gesto farà soffrire molte persone, stai per farlo comunque”.

            “Perché, in tutta onestà, credo che non abbiate speranze. Vi ho visto, nel corso della storia, commettere così tanti errori che non riesco a contarli. State consumando questo pianeta e lo avete ridotto a una discarica. Adesso va bene che avete da pensare al virus, così potete per un attimo distrarvi da quello che avete fatto ai mari, alle foreste, agli animali, all’aria che respirate. Siete tutti uniti in questa vicenda che vi siete dimenticati che molto probabilmente ve la siete cercata. Non vedo perché dovrei insistere ancora, visto che finora avete dato prova di non aver imparato nessuna delle lezioni che avete ricevuto.”

Io taccio, per un attimo, anche perché credo che, fondamentalmente, abbia ragione. Nessuno parla più di incendi, ora, e non certo perché gli incendi abbiano smesso di rovinare il Pianeta, semplicemente perché gli incendi, oggi, generano meno traffico e meno clic rispetto al virus. Ma ci sono, esattamente come un paio di settimane fa. La sua posizione, comunque, è molto ferma. Devo essere scaltro.

            “Hai perfettamente ragione”, gli dico mentre auto e gas di scarico e stridio di gabbiani rendono l’atmosfera così densa di sensazioni da risultare praticamente perfetta. Lui resta perplesso. Non si aspettava che io gli dessi ragione. Si aspettava che lo contrastassi. Ma io sono abbastanza navigato per sapere che se contrasti una persona con idee così radicate, è tempo perso.

            “Hai ragione”, ripeto, “in effetti non abbiamo dato prova di grande intelligenza, negli ultimi secoli. Fra guerre, inquinamento, distruzione del Pianeta… e programmi televisivi di merda, mi rendo conto che a volte non siamo proprio un bello spettacolo”, concludo applicando una tecnica persuasiva molto potente, che consiste nel descrivere il problema sollevato dal tuo interlocutore ancor meglio di lui. Crea fiducia nel suo cervello rettile. Inoltre, ho inserito una piccola apertura nella sua convinzione, una piccola crepa, quel “a volte” che lascia spazio per ulteriori riflessioni. Lui non replica. Il suo inconscio lo ha accettato. E non aggiungo altro. Voglio che sia lui a parlare.

            “E allora perché mi stai chiedendo di cambiare idea?”, mi chiede lui.

            “Perché credo che possiamo farcela. Credo, come te, che il mondo sia pieno di idioti, e credo anche che sia ricolmo di persone bellissime, dal cuore grande, che nei momenti di difficoltà sanno dare il meglio. Credo che, alla fine, sapremo risollevarci come sempre, e fare la cosa giusta. A volte, è vero, ci servono lezioni importanti, a volte non le capiamo e ce ne servono di più impegnative. Ma alla fine, ne sono certo, sapremo fare la cosa giusta.”

Il vento è davvero intenso, presago di chissà quali notizie. Belle? Brutte? Dipende da te, da quello in cui credi. E’ un po’ come il gatto della dispensa: come è fatto, pensa.

Lui mi guarda, sorridendo. So che è Gesù, ma, non so come dire, sembra proprio Gesù. È come quando hai sotto gli occhi qualcosa di bello e non ti accorgi che è lì, a portata di mano, perché sei preoccupato che ti possa sfuggire, e ti dimentichi di godertela. Sto parlando con Gesù, in fondo. Dopo tutti questi anni di carriera, questa mi sembra una perla da mettere nel curriculum, da mostrare al prossimo cliente.

            “Ci credi?”

            “Sì”, dico con gli occhi che diventano umidi e bruciano un po’, “io credo”.

E, per un attimo, c’è solo il vento.

FINE
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Postilla

Caro lettore, il racconto finisce qui, e chissà come finisce. Dipende da te, lo sai? Pensi a un brutto finale? Quello avrai. Pensi a un gran lieto fine? Quello avrai. Fai finire questa storia come ti piace, in attesa di incontrare Leonard & co. nella loro più straordinaria e apocalittica avventura, “La Quinta Essenza”, in arrivo dopo l’estate.

Il racconto finisce qui, ma il mio impegno per starti vicino in questi giorni prosegue con video, dirette e molto, molto altro. Stiamo uniti, stiamo vicini, stiamo in casa.

Ti saluto con un mio post del 2014 (sei anni fa!!!) che Facebook mi ha ricordato proprio ieri e che mi sembra un bellissimo modo per dirti arrivederci a presto. Eccolo qui.

Credo ai lieto fine.

Credo che per ogni persona ci sia un ruolo da protagonista nel suo film preferito.

Credo nell’anima gemella.

Credo nei gran finali, con musica che sale e titoli di coda.

Credo che, alla fine, volendo, ognuno possa ottenere ciò che vuole.

Credo che in pochi capiscano questo grande potere.

Credo nei sogni fuori dal cassetto.

Credo nei piedi per terra e nella testa fra le nuvole.

Credo nell’Amore, quello che non si dice e che ti luccica gli occhi.

Credo nell’istinto e nella testa, nella pancia e nel cuore.

Credo nei battiti d’ali di farfalla che scatenano temporali a Tokyo.

Credo che nulla capiti per caso.

Credo anche nei calci in culo, quando servono.

Credo nelle lacrime di gioia e in quelle, più salate, di tristezza: tutto serve.

Credo nei bambini, meno nei genitori.

Credo negli abbracci che tolgono il fiato.

Credo nei miei amici, quelli che li conto sulle dita di una mano.

Credo nel fatto che ciascuno possa fare di più, e meglio.

Credo nel perdono, ma una sola volta.

Credo nelle seconde occasioni, non nelle terze.

Credo in me stesso.

Credo nelle persone. Quasi tutte.

Credo che ognuno abbia un posto speciale al mondo, anche se non lo sa.

Credo che chi semina bene, poi raccoglie meraviglie.

Credo che prima o poi il momento buono arrivi per tutti.

Credo che non tutti se ne rendono conto, quando arriva.

Credo nel fare le cose diverse, la prossima volta.

Credo nelle buone domande.

Credo che la Vita abbia sempre una risposta.

E credo, più di ogni altra cosa al mondo…
io credo che, alla fine, i buoni vincono sempre.

19/03/2020

Ti abbraccio, Paolo