I racconti di Leonard Want – 07

LONDRA, 10 MARZO 2020, ore 18:07

Dopo che Dantalian se ne è andato, Emmanuele se ne è scappato di corsa, visibilmente turbato. Io, lo confesso, non l’ho trattenuto, ero troppo distratto dalla sensazione di caldo nel petto, dalle parole di Dantalian e da una serie di altri pensieri. Sono tornato al mio appartamento, ho fatto una doccia, mi sono rilassato con un dosaggio assolutamente generoso di anacardi, per gentile concessione di alcuni miei amici italiani che di tanto in tanto mi spediscono le loro delizie qui a Londra (ora che ci penso, ho tanti amici italiani) e sono poi uscito, resistendo alla tentazione di incedere in pensieri poco virtuosi. Ho continuato a ripetere la mia parola magica, Abracadabra, ho respirato come se fossi felice e sono andato nel luogo in cui mi sento a casa, la mia libreria preferita, Waterstones, proprio vicino a Piccadilly. Ci sono passato ieri, con Lisa, e sembra una vita fa. Ho deciso che acquisterò una quantità imbarazzante di libri, per compensare lo stress e per tenere occupato il mio cervello con qualcosa di entusiasmante. Ho chiamato Elizabeth, che non mi ha risposto, e mia sorella, che non ha risposto. A quanto pare, i miei pensieri resteranno per me e per me soltanto.

Il penultimo piano di Waterstones è dedicato ai libri che amo di più: saggi di marketing, sociologia, psicologia, neuroscienze, vendita, comunicazione. Molta fuffa, ma anche tanta roba buona. C’è un autore in italiano, di cui ho letto il primo romanzo, che ha catturato la mia attenzione e sono in attesa della traduzione del suo secondo lavoro. È un tipo strano, credo sia anche più misantropo di quanto sia io, ma tutto sommato pare simpatico. E poi ama le parole come me. Mi riprometto di scrivergli, uno di questi giorni.

            “Leonard!”, mi sento chiamare. So chi è prima ancora di voltarmi.

            “Paul”, lo saluto con un sorriso. Paul Star, l’uomo delle stelle, un cognome che sembra un destino, visto che Paul è davvero una stella che brilla nel firmamento del mondo dello showbusiness e dell’editoria. È uno in gamba: nonostante il successo, ha sempre lasciato acceso il cuore, cosa assai rara in un mondo in cui, invece, di solito, sono accesi il fegato dell’invidia e dell’opportunismo e il portafogli.

            “Stai bene?”, mi chiede lui. Evidentemente, non ho fatto in tempo a sollevare la mia corazza, e la mia faccia racconta una storia che non è quella che ufficialmente di solito offro al pubblico. Inoltre, non mi sono nemmeno avvicinato per abbracciarlo: l’idea di essere contagiato ha già iniziato a germogliare, dannato Dantalian. Io lo so che vuole il mio cervello, che vuole piegare la mia volontà e farmi perdere la fiducia in me stesso che ho impiegato così tanti anni a costruire. Vuole la mia paura, perché di essa si nutre. Vuole vedermi cedere. Cosa che, per quel che mi riguarda, può anche sognarsi. 

            “Non benissimo”, rispondo dicendo la verità e al tempo stesso usando una parola buona. Puoi sempre dire la verità, l’importante è dirla con parole belle. Come una volta ho spiegato a Elizabeth, ai tempi in cui ancora mi ascoltava, il cervello intende tutto quello che dici in modo letterale. Qualsiasi cosa tu legga, o dica, lui la interpreta in modo letterale, e la trasforma in un’immagine, che a sua volta diventa la chimica del tuo corpo. Ovvero, il modo in cui stai. Io, questa è la verità, ora sto male, perché penso di essere contagiato. Posso dire che “sto male” oppure posso dire che “non sto proprio benissimo”. Entrambe le affermazioni sono sincere, ma la prima peggiorerà la situazione, mentre la seconda la solleverà. Ecco perché dico sempre a tutti: “più parole hai, più libero sei”. Paul, fra l’altro, è un ambasciatore davvero virtuoso di queste idee, e le porta al mondo con una grazia sublime. Infatti, capisce quel che voglio dire davvero.

            “Che cos’hai, Leonard?”

            “Pensieri, Paul. Pensieri del cazzo”.

            “Ehi, amico, questo linguaggio ti si addice poco, lo sai vero?”

Registro il feedback, che punge ma che richiama alla ragione. È vero. Ognuno di noi viene definito dal linguaggio che utilizza. Ognuno di noi disegna la sua realtà con le parole che usa.

            “Hai ragione, mi si addice poco. Facciamo un giro? Ho bisogno di un caffè.”

Prendiamo le scale e scendiamo fino a piano terra, senza parlare.  L’aria fresca mi fa bene, faccio un bel respiro. Lui se ne accorge.

            “Bravo, fai un bel respiro profondo, adesso”, mi dice. Sembra che sappia fare il mio mestiere meglio di me, “…e ricordati che la qualità dei tuoi pensieri dipende anche dalla qualità dei tuoi respiri. Quindi, prima di iniziare a parlare, respira ancora. Bravo.”

Attraversiamo la strada ed entriamo da Carpo, insolitamente vuoto. Il profumo di caffè è inebriante. I tavoli sono ricoperti di mille varietà di cioccolato, che ignoro, dirigendomi subito verso i sacchi di iuta traboccanti di anacardi e frutta secca. Mary, la ragazza che rifornisce gli avventori di quelle delizie, mi vede e ammicca. Sa già che cosa deve fare. Sacchetto da 500 grammi, versione sale dell’Himalaya. Dopo che Tom ci ha preparato i nostri due caffè, torniamo in strada, lasciandoci alle spalle Piccadilly e prendendo la direzione di Green Park. Ho voglia di verde. E poi dal parco si può sempre tagliare per casa mia, passando chiaramente davanti all’abitazione di Sua Maestà.

            “Mi dici che succede, Leonard?”

            “Mi vergogno quasi a dirtelo, ma ho pensieri irrazionali e una paura incredibile di stare poco bene”.

            “Sei ammalato? Sembri sano”.

            “E di sicuro lo sono, Paul, ma ho pensieri che mi piacciono poco e, come dici tu, mi fanno poco onore”.

            “Beh, penso che di questi tempi sia normale, tutto sommato”. È bravo. Non posso fare a meno di annotare mentalmente il modo in cui mi parla. Ha evitato la consolazione stucchevole da coach degli ovetti Kinder e mi ha ingaggiato con abilità il cervello rettile. Ha studiato, il ragazzo.

            “Perciò”, dice dopo aver sorseggiato caffè, “se posso aiutarti in qualche modo, volentieri. Magari far due parole ti può essere utile”, prosegue inanellando frasi perfette per il mio cervello limbico. Ora mi aspetto che mi dica che cosa devo fare. Infatti, taccio e aspetto.

            “Per questo, mio caro, forse, invece di concentrarti su come stai, potresti concentrarti su come vuoi stare”.

Toccato, ancora.

            “E tu, Paul, che stai facendo di bello?”. Prendo in mano il discorso per lasciare che le parole del mio amico facciano il loro effetto. Concentrati su come vuoi stare, mi ripeto.

            “Io ho organizzato una cosa bellissima, sui social, che si chiama #mysweetquarantine”, mi racconta. So di che cosa parla, lo seguo tutti i giorni. È un’idea bellissima, che aiuta moltissime persone. Ciascuno di noi, in questi giorni così straordinari, è chiamato a fare del suo meglio, e a offrire valore agli altri. Ciascuno a suo modo, ciascuno per quello che può.

            “Lo so, è bellissimo. Sei bravo. Stai aiutando molta gente. Ognuno di noi deve fare la sua parte”.

            “È quello che credo. Mi spiace solo che molte persone mi scrivono dicendomi che non sanno come fare la loro, di parte”.

            “Capita anche a me. Io dico loro che a volte basta usare parole belle per rendere più leggera la vita di chi abbiamo intorno. Il mondo si cambia una parola alla volta, dopo tutto.”

            “Già”, mi dice, e poi “attraversiamo, dai, così prendiamo per il parco”.

Attraversiamo. Ci sono poche auto, è un’operazione piuttosto agevole. Entriamo nel parco e l’aria diventa improvvisamente più leggera, come quando ti rendi conto che tu sei al centro dell’Universo, e che nessuna delle cose che accadono intorno può in alcun modo turbare il tuo equilibrio.

            “Voglio stare bene, ecco, stare concentrato e tornare in possesso della mia consueta fiducia in me stesso”, rispondo io alla domanda di qualche minuto prima.

            “Fico, mi sembra una bella cosa”.

            “Sì, è una bella cosa”.

Intorno a noi, persone che passeggiano. Qualcuno con la mascherina, qualcuno senza. Sembra quasi tutto normale, quando loro compare all’improvviso, dalla mia destra, sorprendendo sia me sia Paul. Sento profumo di vaniglia prima ancora che Lisa compaia nel mio campo visivo.

            “Leonard”, mi dice Lisa. Evelin è accanto a lei. Ha l’espressione seria. Troppo seria.

            “Che cosa guardi, ragazzino? Ti si è incantato lo sguardo?”.

            “Niente, mia dolce Evelin, mi ero perso nel tuo sguardo fiammeggiante”, le rispondo con un sorriso ironico.

            “L’unica cosa di fiammeggiante sarai tu fra pochi secondi, se non la smetti subito di fissarmi”, ribatte in modo assolutamente serio. Quando parla Evelin, è sempre terribilmente letterale.

            “Quando voi due avete finito di cazzeggiare”, ci riprende Lisa, “c’è una cosa urgente da sistemare. Mio figlio ha deciso di andarsene, e il mondo così come lo conoscete collasserà su se stesso. Dantalian ha vinto, cazzo”.

Paul mi tocca con garbo il braccio.

            “Leonard, di che cosa stanno parlando queste gentili signore?”

            “Gentili un cazzo”, lo apostrofa Lisa, tirando fuori una sigaretta dalla sua improbabile giacca a quadri che cozza con praticamente qualsiasi tipo di abbinamento immaginabile. È la giacca più brutta che io abbia mai visto in vita mia.

            “La cosa è seria, Leonard. Lui se ne sta andando, e se lui se ne va l’equilibrio sarà rotto. E voi farete una brutta fine”.

            “Leonard…”, mi dice Paul con un filo di voce, “che succede?”

            “Succede che tra poco sarete tutti concime per orti”, risponde Evelin con il suo consueto tatto.

            “Dantalian ha vinto, Leonard. Credevo di poter contare su di lei”, mi apostrofa ancora Lisa, sbuffando fumo di sigaretta che sa di vaniglia direttamente in faccia a me.

Respiro. Quindi, ricapitolando. Il mondo è in preda a un virus ballerino. Lisa, che poi sarebbe Dio, è incazzata con me. Io, potrei essere malato e comunque ho tanti di quei pensieri terribili che mi ci vorrà almeno un quarto d’ora per sistemarli tutti. Il mio amico Paul è spaventato. Gesù in persona sta per farci tutti affondare in un mare di merda. E il mio nemico numero uno, a quanto pare, ha segnato il goal della vittoria. Direi che il pomeriggio non sarebbe potuto finir peggio.

            “Papà!”, urla Elizabeth alle mie spalle. Mi giro di scatto, impiegando un secondo a capire come mai mia figlia sia qui, adesso.

            “Stavo venendo da te”, mi dice mentre scoppia a piangere, “sto male, papà. Sto male, ho paura e penso di essere ammalata”.

E così scopro che, in effetti, il pomeriggio sarebbe anche potuto finir peggio.

___segue___