I racconti di Leonard Want – 06

LONDRA, 10 MARZO 2020, ore 12:07

Ci accomodiamo al piano di sopra. Io faccio strada, e scelgo un tavolo in fondo alla stanza, nell’angolo fra due pareti, così da essere il più possibile isolato dagli altri avventori, non tanto per il virus quanto per il rumore. Il locale è mezzo vuoto, ma potrebbe arrivare altra gente. Sia il pavimento realizzato con travi di legno sia i tavoli di legno in stile provenzale sono molto rilassanti, e tutto sommato va bene: l’importante è conoscere il tipo di effetto che ciascun materiale fa sul nostro cervello, così da poterlo sfruttare a nostro vantaggio. Come ripete sempre la mia amica Eleonor, la miglior comportamentista ambientale del Pianeta e della galassia, l’ambiente esterno diventa la tua realtà interna. Alcuni la chiamano cognizione incarnata, ovvero il modo in cui il cervello trasforma in realtà sensazioni che provengono dall’esterno. Di questi tempi, dovremmo stare tutti molto attenti a questo aspetto. Io, ai miei clienti che già si trovano a casa in isolamento o in smart working forzato, ad esempio, consiglio di mantenere comunque le abitudini di sempre, addirittura di vestirsi come se andassero a lavorare, per dare al cervello un messaggio importante: troppe tute e pigiami rischiano di rammollire lo spirito, e questo è il momento in cui, invece, lo spirito deve essere forte. Io voglio vedere uomini e donne che stanno in casa vestiti come se dovessero uscire. La nostra realtà interna è il frutto di pensieri e percezioni, che noi possiamo pilotare a nostro uso e consumo. Anzi, mi devo ricordare di parlarne con Claudia ed Elizabeth, alla prima occasione.

Io prendo posto, con la schiena rivolta verso la parete e lo sguardo verso l’uscita, così da avere una posizione di dominio e controllo sugli altri. Gesù si siede di fronte a me, alla mia sinistra, e Dantalian di fronte a me, alla mia destra.

E’ una negoziazione vera e propria, se qualcuno osservasse o ne leggesse il resoconto, potrebbe addirittura approfittarne per studiarne le dinamiche, come se fosse un vero e proprio corso di formazione. Prima regola: controlla lo spazio, mai mettersi con la schiena verso la porta, senza poter controllare chi arriva e chi se ne va. Seconda regola, definisci il frame: il primo che detta le regole, vince.

            “Quindi, miei cari, facciamo così. Io ignoro il motivo per cui Lisa mi abbia chiesto di parlare con Emmanuele, e ignoro il motivo per cui tu, Dantalian”, e gli punto contro il dito indice in modo aggressivo, “sia venuto ancora nella mia città, quando ti avevo detto di non ripresentarti più. In ogni caso, il tempo stringe, ho cose importanti da fare, quindi ditemi un po’ che cazzo ci facciamo qui”.

            “Che modi bruschi, mio caro Leonard! Il tenore del suo linguaggio e i suoi modi assai poco garbati paiono rendere scarso onore al tipo di figura che lei dice di rappresentare. Un esperto in interazioni umane dovrebbe palesare il suo pensiero in ben diverso modo, ne conviene?”, mi punzecchia, parlando, come suo solito, come se fossimo in un romanzo di fine ottocento. Ho capito dove vuole andare a parare, ma di sicuro evito di rispondere all’accusa. Terza regola: evita di rispondere in modo diretto, rispondi sempre con un’altra domanda. Chi domanda, vince.

            “Ognuno ha il suo parere e ogni parere è rispettabile, persino il tuo, Dantalian. Non so di che parli, quindi spiegamelo”, lo incalzo dandogli un ordine diretto. Questo mi serve sia per mantenere un livello di parità psicologica con lui, sia per dare a Emmanuele un messaggio molto chiaro: il leader, qui, sono io.

            “Ho letto in molti libri che la prima cosa da fare quando si comunica con qualcun altro è rispecchiare il suo comportamento, e allineare la propria comunicazione alla sua”, mi dice beffardo. So a cosa si riferisce: c’è tutta una corrente di pensiero che ancora oggi parla di queste cose, ignorando completamente il modo in cui il cervello funziona. Anche io, una volta, mi ero bevuto tutte queste storie e persino le insegnavo. Poi, vivaddio, mi sono evoluto e ho iniziato ad aprire i libri veri, oltre che quelli di auto aiuto che servono più a chi li vende che a chi li legge.

            “Allora forse dovresti leggere qualche altro libro, amico, perché la stronzata del rispecchiamento va bene solo in pochissimi casi. In ogni caso, non ho né tempo né voglia di spiegare me stesso a un cialtrone che ho già messo al suo posto una volta”, gli ricordo, per evocare in lui l’immagine di me che lo prendo a cazzotti e lo rimando da dove è venuto. È successo non molto tempo fa, dovrebbe ricordarselo bene. Quarta regola: scegli come far stare il tuo interlocutore, scegliendo le parole che dici e i pensieri che lui vuoi che abbia. Per mettere di buon umore qualcuno, basta chiedergli di ricordare qualche episodio piacevole. Al contrario, per mettere di cattivo umore qualcuno, basta fare il contrario. Di questi tempi, per mettere di cattivo umore qualcuno basta chiedergli “come va?”. Che domanda del cazzo, penso quando me la fanno. Come vuoi che vada? Chiedimi altro, penso sempre. Chiedimi che tipo di storia racconterò nel mio prossimo romanzo, chiedimi che progetti ho per quando potrò di nuovo andarmene in giro liberamente, chiedimi cosa posso fare di buono per rendere questi giorni più divertenti, ma non chiedermi come va, per la miseria. A questo punto, interrompo io il flusso della conversazione, sempre per detenere il potere sulla conversazione. Mi rivolgo a Emmanuele, o Gesù, o come caspita si chiama.

            “Quanto a te, mio caro, spiegami un po’ che cosa succede, visto che la volta scorsa siamo stati interrotti”, dico mentre lancio un’occhiataccia a Dantalian.

            “Io voglio andarmene da qui, voglio tornare a casa. Questo posto non mi piace più”.

            “E ne ha ben donde!”, tuona Dantalian, il cui compito è fomentare pensieri negativi per accrescere il malessere delle persone, “questo posto è ridicolo, è pieno di persone che costantemente si crogiolano nelle loro dabbenaggini, dimentichi dei doni che hanno ricevuto e di quel che possono fare. Il nostro Emmanuele, la nostra Stella, merita un ben diverso palcoscenico!”

Sta lusingando il suo ego, ovviamente, il che è una buona idea. Quinta regola: lusinga l’ego del tuo interlocutore. Con eleganza e garbo, ma ricordati che ogni persona crede di essere in qualche modo speciale, e lavorare sull’ego di chi ti parla è una via privilegiata di accesso al suo cuore.

            “Esatto”, risponde infatti Emmanuele, “qui mi sento fuori luogo”.

Adesso potrei attaccare Dantalian, ma sarebbe un errore strategico, visto che Emmanuele gli ha appena dato ragione. Devo trovare una via alternativa. Sesta regola: mai contrastare il tuo interlocutore. Se contrasti, perdi.

            “Questo è assolutamente e perfettamente comprensibile”, gli dico ignorando il damerino dell’ottocento, che voglio escludere il più possibile dalla conversazione, “e, al tempo stesso, richiede una riflessione”.

Ho utilizzato una parola molto vaga e potenzialmente piena di molti significati, per metterlo in condizione di chiedermi altro.

            “Cioè?”, mi chiede mentre una ragazza si avvicina per prender l’ordinazione. Io la fulmino con lo sguardo e con le labbra sillabo “DO-PO”, per dirle di tornare fra poco. Lei gira su se stessa e sparisce dalla nostra vista.

            “Partiamo dal presupposto che la situazione che stai vivendo non ti piaccia. È così?”, inizio io ingaggiando il suo cervello rettile e poi chiedendo a lui conferma di quel che ho detto. Settima regola: prima del passo successivo, chiedi sempre conferma, fai prendere impegni al tuo interlocutore.

            “Sì”.

            “Va bene, è ragionevole. A volte può succedere di vivere situazioni che ci vanno strette…”, proseguo ricorrendo a un linguaggio persuasivo e vago.

            “…ed è perfettamente legittimo avere il desiderio di fare altro, di andare altrove, di scappare, persino…”, dico abbassando leggermente il tono di voce, e portandolo sempre più dalla mia parte.

            “…e, al tempo stesso, la vera libertà consiste nel saper stare ovunque, a prescindere. Se tu ora scappassi, saresti prigioniero di te stesso e delle tue debolezze. Se tu, invece, riuscissi a stare bene anche qui e ora, e poi volessi andartene, allora saresti libero davvero. Se tu ti arrendessi ora, sarebbe un ripiego. La libertà è un’altra cosa, è evitare che le circostanze esterne ti facciano dimenticare chi sei. La libertà è fronteggiare qualsiasi situazione con il coraggio di chi sa che comunque vada, saprai gestire la cosa. Solo questa è libertà. Il resto, sono ripieghi. Puoi raccontartela come vuoi, ma scappare adesso o arrenderti adesso sarebbe un ripiego, la peggior forma di prigionia”.

Devo averci messo abbastanza pathos, perché Gesù annuisce e mi pare che abbia persino gli occhi lucidi. Mi sono commosso anch’io. Quasi. Ora sono pronto per ordinare il mio pane integrale con avocado, che a questo punto diventerà il mio pranzo. Dantalian, però, si alza in piedi. Mossa non prevista. Decisamente non prevista. Mi guarda, con occhi fiammeggianti. Poi, in un secondo, senza che io abbia fisicamente la capacità di reagire, si avvicina a me, lui in piedi e io seduto. Allunga il braccio verso di me e mi appoggia con forza la mano sul torace. Sento il rumore sordo della sua mano che sbatte sulla cassa toracica. È questione di un secondo, il tempo di rendermi conto di quel che succede e abbozzare una reazione, ma ormai lui è già lì.

            “Senti!”, dice con voce profonda e bassa. “Ora vedremo di che cosa sei capace, uomo delle parole”, continua. E io sento un senso di caldo malsano che dalla sua mano si propaga nel mio petto, in un istante. Sento caldo, e fastidio. Molto fastidio. Non so per quale ragione, ma il secondo dopo ho dentro di me la certezza che Dantalian mi abbia contagiato, che mi abbia trasmesso il virus. È illogico e irrazionale, ma so che è così.

            “Esattamente come pensi, uomo delle parole. Ora hai dentro di te la creatura che io ho creato per gettare scompiglio su questa terra di pusillanimi. Vediamo, adesso, che cosa potranno fare le tue parole. Buon divertimento, Leonard Want”, mi dice. Poi si gira e se ne va. Io guardo Emmanuele. Mi tocco il petto, che ancora brucia, e sento quella sensazione sgradevole che ho avvertito prima propagarsi in tutto il corpo, provocandomi un leggero senso di nausea. Sono stato contagiato. Sono stato contagiato, cazzo.

___segue___