I racconti di Leonard Want – 05

LONDRA, 10 MARZO 2020, ore 11:59

Dopo aver trascorso una notte praticamente in bianco a causa dei pensieri di questi giorni, mi sono fatto una super doccia bollente, mi sono riempito il viso di creme, gentile omaggio del mio amico David (che se sapesse quante volte mi dimentico di fare quello che mi dice, probabilmente mi sgriderebbe tantissimo) e mi sono spazzolato la barba con cura (e qui, invece, Tony ne sarebbe alquanto soddisfatto). Pensandoci, ho un sacco di persone che si prendono cura di me. Pensandoci, forse sono io che non mi prendo abbastanza cura di loro. Non so se avrei il coraggio di dirlo in pubblico o di scriverlo in un racconto, perché avrei timore di risultare ridondante e a me piace sempre dire cose originali, ma questi giorni di virus possono davvero essere l’occasione per fermarci un attimo e pensare alla frenesia quotidiana, che ci fa dare per scontate moltissime cose e che, soprattutto, ci fa rimandare costantemente quei piccoli gesti che invece sono importanti. Chiamo poco le persone, chiamo pochissimo i miei genitori, chiamo ancor meno mia sorella Claudia, che deve il suo nome alla passione dei miei per una famosa attrice italiana, con la scusa degli impegni. Che ci sono, per carità, ma che forse sono anche il pretesto per legittimare la mia misantropia. O la mia pigrizia, chissà.

Ho fatto colazione nella caffetteria sotto casa e ora sono a Covent Garden, altro luogo che amo tantissimo e che in primavera dà il meglio di sé. L’aria è diversa dal solito: c’è meno gente di quanta ce ne sia di solito, e meno vociare. La cabina rossa, che di solito è oggetto di foto ricordo e selfie, al momento se ne sta lì, da sola, in attesa di qualche turista. Il cantante che fa il suo spettacolo in piazza ha raccolto qualche spettatore, ma tutti a debita distanza. Qualche mascherina qua e là.

Sono qui perché devo incontrare Emmanuele, Lisa mi ha detto che lo avrei trovato qui, a far colazione. Come lei faccia a saperlo è un mistero che non ho voglia di esplorare.

Infilo gli auricolari e chiamo mia sorella. Prima di lavorare, una coccola alla coscienza.

            “Stai bene?”, mi chiede lei che non si aspettava la mia chiamata.

            “Certo, sister. Tu? I bimbi?”

            “Tutto a posto, loro sono tranquilli”.

Questo è un invito, chiaramente. “Loro” sono tranquilli implica che qualcun altro non lo sia.

            “E tu, invece?”, dico tossendo un paio di volte. È curioso come cambi la percezione delle cose in base ai pensieri che abbiamo in testa. Mi sarà capitato di tossire, in tutta la mia vita, almeno un miliardo di volte. Ma in questi giorni ogni colpo di tosse ha un significato del tutto particolare, e il cervello se ne va per la sua strada. Che non è sempre una buona strada, e per questo va rimesso in carreggiata.

            “Hai tossito”, mi chiede infatti lei, senza rispondere alla mia domanda.

            “Sì, Claudia, a quanto pare”.

            “Beh, quindi? Stai bene? Hai sintomi?”

            “Sto bene, ho tossito, come ho sempre fatto e come credo sempre farò.”

            “Beh, e io mi preoccupo per te”.

            “E io lo apprezzo tantissimo. Al tempo stesso, ti ricordo che le cose sono semplicemente cose. Una rosa, è una rosa.

            “E…?”

            “E il modo in cui definisci la rosa dice qualcosa di te, non della rosa”.

            “Non ho capito”.

            “Intendo dire, Claudia”, le rispondo mentre mi passa davanti una signora con quella che sembra essere carta da forno utilizzata come mascherina per il viso, “che tendiamo a vedere le cose non per come sono, ma per come siamo. Se tu non sapessi quel che sta capitando adesso, il mio colpo di tosse sarebbe stato un colpo di tosse. È significativo oggi perché hai in testa una serie di brutti pensieri. Altrimenti, non te ne saresti accorta. E aggiungo: stai anche facendo un’equivalenza complessa”, concludo sapendo che non capirà e quindi mi chiederà di che cosa si tratta. L’ho fatto apposta, per sollecitare una reazione da parte sua.

            “Che cosa sarebbe?”

            “A volte, metti insieme cose che insieme non devono stare. A volte, attribuisci significati a situazioni che invece possono voler dire altro. Nel tuo cervello, hai appena fatto una equivalenza fra il mio colpo di tosse e il virus. Ma il mio colpo di tosse potrebbe essere legato a un pelo di gatto che mi stuzzica la gola, oppure al fatto che ho respirato male mentre parlavo con te, oppure al fatto che ho pensato a un cliente che avrei dovuto chiamare e il mio cervello inconscio ha scaricato in questo modo la sua tensione. Hai sempre un altro modo di vedere le cose. Ricordatelo sempre, sister, sai che ti voglio bene: hai sempre un altro modo di vedere le cose”.

            “Sembra facile, ma non è così facile, fratello”.

            “È vero”, rispondo al suo cervello rettile, che di sicuro non vuole essere contrastato, “a volte è tutt’altro che semplice”, proseguo utilizzando la parola “semplice”, perché quando leggi o ascolti questa parola il tuo cervello si rilassa e inizia a pensare in termini più costruttivi, “a volte è davvero tutt’altro che semplice. Eppure, puoi. Puoi pensare, ad esempio, a che cos’altro potrebbe significare quello che hai visto o ascoltato. Puoi pensare alle soluzioni invece che alle difficoltà, puoi concentrarti su tutto quello che di bello e positivo puoi imparare da questa o da altre situazioni”.

            “Eh, Leonard, tu la fai facile, ma come si fa?”

            “Claudia, te l’ho ripetuto mille volte. Per prima cosa, fermati e fai un bel respiro. Un respiro profondo, così che mentre respiri ogni cosa inizia a sembrare più semplice. Poi, ripeti la tua parola magica. Te la ricordi la tua parola magica?”

Ognuno di noi dovrebbe avere la sua parola magica, da ripetere per stare bene e rilassarsi. La mia è “Abracadabra”, ce l’ho anche tatuata sul braccio, e mi ricorda che con le parole giuste puoi creare mondi bellissimi.

            “Sì, ce l’ho”.

            “Bene, usala, e soprattutto insegna a tutti quelli che conosci a fare la stessa cosa, perché se tutti noi insieme iniziamo a comportarci bene, a pensare bene e a usare il cervello per quello che è capace di fare, allora usciremo da questa situazione molto più velocemente, e molto più forti di quando tutto questo è cominciato. Ricordati che questa è la nostra miglior occasione per dimostrare di che pasta siamo fatti, sister. È la nostra chiamata nel viaggio dell’Eroe. Ovviamente, hai paura. Nessun Eroe affronta il viaggio volentieri e senza paura, altrimenti non sarebbe un Eroe. Ma è proprio per questo che è un Eroe. Ricordalo sempre, questo è l’inizio di un viaggio, abbiamo ricevuto la nostra chiamata. Ci aspettano grandi prove, ma alla fine gli eroi vincono sempre”. E a questo punto taccio, lasciando che tutto il discorso che ho fatto produca i suoi effetti.

            “Va bene”, mi dice lei con un tono di voce finalmente determinato, “questa cosa me la rispieghi dopo con calma, e comunque dovresti passare da me in farmacia, per fare un bel check-up completo, e quella cosa che sai”. So perfettamente a che cosa si riferisce, e chiaramente salterò l’appuntamento che mi sta offrendo da mesi. È la miglior infermiera del pianeta, ma ha una passione malsana per alcune pratiche di purificazione che preferisco evitare. La saluto e riattacco, dopo essermi raccomandato di salutare anche Ludovico e Federico, i miei nipotini magici. Mentre mi incammino verso il centro del mercato di Covent, penso ancora alla signora con la maschera realizzata con, ne sono certo, carta da forno. Ho letto da qualche parte che una presentatrice televisiva ha realizzato un tutorial al riguardo, e ho collegato con un’altra presentatrice che ha dedicato mezza puntata del suo programma a spiegare alle persone come lavarsi le mani e, mentre sorrido, penso che forse “meritiamo l’estinzione” è un po’ esagerato, ma di certo meriteremmo una sfoltita. Se penso che, giusto ieri, in Francia, migliaia di persone hanno manifestato vestite da Puffo al grido di “pufferemo il virus”, l’idea di una sana sfoltita prende sempre più piede.

A proposito di Francia, vedo Emmanuele, sta camminando verso “Le Pain Quotidien”, uno dei locali che amo di questo posto. È vestito con lunghi calzoni bianchi di lino e una specie di felpa che potrebbe essere marrone o verde. Lo raggiungo accelerando il passo.

            “Gesù!”, lo chiamo, facendo girare alcuni passanti curiosi.

Lui si ferma, mi riconosce e mi sorride.

            “Leonard”.

            “Beviamo qualcosa di caldo?”, gli propongo senza mezzi termini. Ho fretta, voglio sbrigare questa questione al più presto e tornare a dedicarmi ai miei affari e al mio prossimo romanzo, una storia soprannaturale che contiene tecniche linguistiche che cambiano il cervello di chi la legge. Una cosa bizzarra, mi rendo conto, che però potrebbe anche avere successo. Chissà.

            “Beviamo qualcosa tutti insieme”, tuona una voce alle mie spalle. È Dantalian, il demone dei pensieri oscuri.

Gesù lo guarda, poi guarda me. Si aspetta un segnale. È una situazione delicata, richiede la massima attenzione e un uso attento di pensieri e parole. Devo dimostrare a Emmanuele che può fidarsi di me, che sono sicuro di me stesso e so gestire le cose. E devo dimostrare a Dantalian, nonostante io e lui abbiamo già avuto più di uno screzio, che sono assolutamente immune a lui e ai pensieri brutti che si ostina a farmi venire. Come ripeto sempre ad Elizabeth, nessuno può farti stare male senza il tuo permesso, perché tu hai sempre il potere di gestire il tuo stato d’animo, qualsiasi cosa accada. Quindi, guardo Dantalian, con espressione neutrale, forse un po’ annoiata.

            “Direi che va benissimo, Dantalian, così il nostro amico Emmanuele potrà rendersi conto di quanto tu sia inutile e di quanto il mondo senza di te sia decisamente più interessante. Entriamo, offro io”.

___segue___