I racconti di Leonard Want – 03

Ricapitolando. Ci sono io che ho davanti a me un demone dell’inferno. Al mio fianco, quello che probabilmente è Gesù, a sua volta introdottomi da una signora bassa, vestita malissimo, che fuma, dice parolacce e profuma di vaniglia e che molti conoscono come Dio, seppur in una versione leggermente diversa da quella che conosco io e che ci insegnano a Catechismo. A completare il quadretto, un Angelo Sterminatore con la passione per pantaloni di pelle e tacchi a spillo. Se penso che c’è gente che si affolla ai supermercati con la convinzione di morir di fame, sorrido perché penso che qualsiasi tipo di preoccupazione cambia radicalmente prospettiva, se consideri le cose da un punto di vista più ampio.

            “Evelin!”, dice Dantalian in tono sorpreso. Non se l’aspettava, il damerino.

            “Dantalian”, dice lei con la sua tipica espressione di disgusto.

            “Signori”, mi intrometto io guardando prima Dantalian, poi Evelin e infine Emmanuele, “io me ne vado. Vi lascio alle vostre faccende, io devo sistemare questioni più urgenti”. E mi incammino, incurante delle loro reazioni. Avevo promesso a mia figlia che l’avrei chiamata, e la chiamerò. I momenti più impegnativi che la vita ci riserva possono essere l’occasione per ristabilire valori e priorità, e per scoprire, o riscoprire, quel che conta davvero. Nel via vai quotidiano, quando diamo tutto per scontato, spesso ci si dimentica di quel che conta davvero, e del fatto che quel che conta davvero è ciò che non può essere contato. Cammino percorrendo a ritroso la strada che ho appena percorso con il mio biblico amico, entro in un coffee shop e ordino una tazza di caffè americano forte. Non può competere con quello che di solito bevo nella Roastery Starbucks di Milano, gestita dal mio amico Giampaolo, ma servirà al suo scopo: qualcosa di caldo da tenere in mano, e un po’ di caffeina. La caffeina, perché aumenta il metabolismo e mi piace vivere nell’illusione di bere qualcosa di buono che consumi qualche caloria. La bevanda calda in mano, invece, perché voglio condizionare il mio umore in termini di maggior sensibilità ed empatia, visto che i termocettori del mio corpo trasformeranno il caldo trasferito dal bicchiere di cartone al mio sistema nervoso, rilassandomi e meglio predisponendomi nei confronti di una conversazione che, lo so già, sarà impegnativa. Si chiama “cognizione incarnata” ed è un meccanismo molto utile da conoscere, soprattutto in momenti come questo, in cui il nostro stato d’animo è fondamentale: quando sei più rilassato e di buon umore, prendi decisioni migliori e riesci a vedere le cose da una prospettiva più rosea. Lo consiglio sempre a Elizabeth: prima di fare un esame o quando sei agitata o quando vuoi rilassarti, le dico sempre, preparati qualcosa di caldo e tieni la tazza in mano per almeno tre minuti. Il tuo cervello si rilassa, ti fa sentire più tranquillo e favorisce l’empatia nei confronti delle altre persone. Cosa assolutamente fondamentale, soprattutto quando per legge ti impediscono di toccarti o abbracciarti. Il caldo serve a fare in modo che la distanza fisica non diventi anche distanza emotiva. Perché la verità è che il raffreddore lo prendono più frequentemente le persone tristi, e il miglior antidoto alla paura è sempre stato, è e sarà la gioia.

Mi siedo su una panchina, mi rilasso e faccio un bel respiro. Più ossigeno al cervello significa miglior capacità di analisi.

            “Ciao Elizabeth”, le dico appena risponde.

            “Avevi detto che mi avresti richiamato subito!”, grida lei.

Sapevo che un bel respiro e il caffè caldo mi sarebbero stati utili. Mai contrastare una persona alterata, regola base della negoziazione.

            “Sì, hai ragione, sono un po’ in ritardo”, convengo senza aggiungere altro. Troppe giustificazioni mi esporrebbero a ulteriori attacchi da parte sua, e troppe scuse peggiorerebbero la mia credibilità. Taccio, in attesa che sia lei a parlare. Voglio che sia lei a introdurre il tema. Quando taci abbastanza, il tuo interlocutore parla. E chi parla per primo, sia in negoziazione sia in vendita, perde.

            “Ho paura, papà, ho paura per questo virus”.

            “Hai perfettamente ragione ad avere paura, Elizabeth. È una situazione davvero sfidante, ed è perfettamente comprensibile che tu abbia timore per quel che sta capitando”, le dico. Qualsiasi consolazione prematura sarebbe inutile. Invece, in questo modo, ho dimostrato al suo cervello rettile che può fidarsi di me, perché ho capito la situazione. Inoltre, ho trasformato la parola “paura” in “timore” e ho parlato di situazione sfidante. Piccole magie con le parole che possono produrre grandi effetti sul cervello di chi le ascolta. Ora che ho conquistato la sua fiducia, posso applicare una tecnica che mi piace tanto e che consiste nel creare un effetto a mio piacere partendo da una causa certa. Lei mi ha detto che ha paura, io da questo posso far derivare qualsiasi risultato.

            “E il fatto che tu abbia paura ci permette, adesso, di riflettere con calma sia sulla situazione sia sul modo per gestirla al meglio, perché se è vero che certe cose non le possiamo cambiare, è anche vero che possiamo cambiare il modo di affrontarle.

           “Che ne dici? Ne parliamo?”

            “Va bene papà”, dice lei.

            “Di che cosa hai paura, esattamente, Elizabeth?”

            “Non lo so di preciso. Della gente che gira con le mascherine, di quelli che dicono che è la fine del mondo… di quelli che dicono che è una pandemia mondiale e che moriremo tutti… di ammalarmi… non lo so papà, ho paura di tutte queste cose”.

            “In effetti è un bell’elenco, credo che potremmo metterci tutto il pomeriggio e anche tutta la sera”, rispondo sorridendo e prendendomi il tempo di sorseggiare il mio caffè. Nessuna fretta, quando si vuol far cambiare idea a una persona. La fretta porta poco lontano.

            “Eh, papà, lo so che magari è una cosa sciocca, però io ho paura”.

            “Ci mancherebbe altro, Elizabeth, sono tutti pensieri più che legittimi”.

Anche in questo caso, ho cambiato “paure” in “pensieri”. Un passo alla volta. Il segreto è usare parole diverse, perché quando usi parole diverse, allora la realtà diventa diversa. Il segreto è nelle parole: così come dici, stai. Ogni parola attiva nel tuo cervello una reazione particolare, e tu puoi avere il controllo di questa reazione. Puoi sempre decidere come stare, qualsiasi cosa accada. Hai tu il potere sui tuoi pensieri.

            “E quindi? Non mi tranquillizzi?”

            “No, Elizabeth, perché da un certo punto di vista tutte le cose che dici sono sensate. Anzi, è utile che tu pensi anche a quel che potrebbe andare peggio, perché in questo modo presti attenzione a quel che succede. Un po’ di attenzione fa bene e non sarò certo io a fartela passare. Allo stesso tempo, puoi anche scegliere di alimentare il tuo cervello anche con altre idee.”

Capisco che non si aspettava una risposta del genere. In un mondo dove tutti fanno a gara a terrorizzarti o a rassicurarti senza poi fornirti soluzioni pratiche, un discorso del genere è di sicuro inatteso. Osservo i passanti. Qualcuno con la mascherina, qualcuno senza. Un signore passa con una gran borsa di Lego e io penso che sia una eccellente idea. Andrò ad acquistarmi la Batmobile che ha appena prodotto l’azienda dei mattoncini più famosi del mondo e mi distrarrò un po’ con l’auto del mio eroe preferito. Sto zitto, lasciando che ragioni sulle mie parole.

            “E che idee utili potrei mettere nel mio cervello?”

            “Ecco, questa è una eccellente domanda, Elizabeth. Io non lo so, ti dico solo che i pensieri che hai sono alimentati dagli ormoni che hai in corpo”; preciso sapendo che è abbastanza grande per sapere di che cosa sto parlando, e poi l’ho allevata a pane e ormoni da quando è piccola.

            “Quindi, la prima cosa che devi fare è cambiare i tuoi ormoni, perché cambiare i pensieri quando hai paura è difficile, vero?”

            “Sì, infatti, io mi impegno a pensare a cose belle, ma poi i pensieri brutti tornano sempre”.

            “E’ normale. I pensieri dipendono dal livello di ormoni che hai in corpo. È inutile che io ti inviti al pensiero positivo, se prima non ti dico come cambiare i tuoi ormoni. Quindi, alzati in piedi, ovunque tu sia”, le dico, aspettando che possa eseguire l’ordine.

            “Ci sei?”

            “Sì”.

            “Ora fai un respiro lento e profondo. Inspira, trattieni il fiato qualche secondo, espira lentamente. Fallo adesso. Poi fallo ancora. Ti lascio il tempo di farlo. Respira… profondamente.”

Aspetto qualche secondo. Lascio che faccia quello che le ho detto.

            “Dimmi quando ci sei”.

            “Ci sono”.

            “E come va?”

            “Meglio”

            “Vuoi che vada ancora meglio?”

            “Magari, papà”.

            “Bene, allora adesso fai così. Divarica leggermente le gambe, alza la testa verso il cielo e continua a respirare. Se stai facendo altro, sospendi un attimo e fai quello che ti ho detto. Puoi tornare qui dopo. Prima, fallo. Resta con la testa alzata verso il cielo, così mentre lo fai inizi a renderti conto che in questa posizione, mentre respiri profondamente, cominci subito a stare meglio, sempre meglio… una sensazione di leggerezza ti pervade da capo a piedi… e stai sempre meglio”, le dico abbassando il volume della mia voce, in modo che lei sia totalmente concentrata su di me. Aspetto qualche secondo.

            “Stai meglio”, le dico. Non è una domanda, è una affermazione, voglio concludere alla grande questo momento così importante.

            “Sì”, dice lei come se glielo avessi chiesto.

            “E adesso che succede?”, mi chiede poi.

            “Ora succede che ogni volta che senti il desiderio o il bisogno di stare meglio, puoi ripetere questo semplice esercizio. Poi, tesoro, io ti darò ogni giorno nuovi consigli, così da starti vicino in questo momento così particolare. Va bene?”

            “Sì, papà, va bene”.

Io sorrido, e mi godo un altro sorso di caffè bollente, proprio un secondo prima che una figura mi faccia ombra. Alzo lo sguardo verso l’uomo che si è appena sistemato fra me e la strada.

            “Ora devo salutarti, Elizabeth”, dico fissando negli occhi l’uomo e poggiando il bicchiere di caffè sulla panchina”.

            “Va bene, papà, a dopo”.

            “A dopo”, dico. Interrompo la comunicazione e continuo a fissare l’uomo, elegantissimo in un completo nero di evidente fattura sartoriale, impreziosito da un elegante panciotto, scarpe inglesi di eccellente qualità, capelli ordinati e occhi di un nero talmente nero da togliere il fiato. E’ bellissimo, in modo assoluto e oggettivo.

            “Lucifer”, gli dico.

            “Leonard”, mi dice, “Lisa vuole conferire con Lei”.

___segue___