I racconti di Leonard Want – 02

LONDRA, 09 MARZO 2020, ore 17:39

Io resto impassibile. Del resto, ho appena finito una conversazione con Dio in persona, quindi credo di poter gestire l’idea di un tizio che mi dice di essere Gesù in persona. Anzi, ne approfitto per applicare qualcuna delle mie tecniche conversazionali, per fare un po’ di esercizio, mentalmente segnandomi che, comunque, dovrò poi sentire Elizabeth per tranquillizzarla. Ha paura, ed è comprensibile. Allo stesso tempo, visto che la paura è una emozione che il cervello costruisce sulla base di strategie molto precise, è possibile farla diventare qualcos’altro, e renderla inoffensiva e anzi utile.

            “Credo che vada bene Emmanuele”, gli dico, “chiamarla Gesù mi suonerebbe un po’ strano, probabilmente”.

            “Già, la capisco. In effetti suona un po’ strano, meglio un nome più gestibile”.

            “Usciamo”, gli dico io andando al sodo. Se proprio devo parlare con questa persona, almeno che sia alle mie condizioni. Usciamo in una Londra un po’ surreale, con poche persone che camminano a differenza delle solite orde di turisti che intasano piazze e strade con la loro mania di fare selfie. Mi lascio alle spalle Piccadilly e mi dirigo verso la zona dei teatri, che preferisco perché un po’ più tranquilla. Lui mi segue docilmente, vestito davvero come un hippy uscito da chissà quale convegno. Però sorride, e questo è un buon segno. Sembra tranquillo.

            “Come mai sua madre ha voluto che io la vedessi, secondo lei?”, chiedo io iniziando a condurre le danze. Chi domanda comanda, è la regola.    

            “Perché mi sono stufato di stare qui e me ne voglio tornare a casa, e lei non vuole perché dice che se io me ne andassi, qui sarebbe poi un gran casino, perché spezzerei gli equilibri cosmici, o qualcosa del genere. Sinceramente, non lo e non mi interessa molto, io voglio tornare a casa.”.

Io ascolto, pur non capendo bene di che si tratta, ma voglio comunque sistemare la questione in fretta, visto che poi devo sentire Elizabeth e voglio evitare di farla aspettare. Devo far parlare di più il mio strano compagno di passeggiata, così da poterlo profilare, che poi è quel che faccio di solito con i miei clienti o in aula, quando tengo lezione e spiego come dalle parole che una persona sceglie si possa capire molto di come quella persona pensa e di quel che la persona fa. Per ottenere informazioni, devo ovviamente, come prima cosa, ingaggiare il suo cervello rettile, e poi calibrare il suo linguaggio del corpo, per capire come gli funziona la testa. Questa cosa dà spesso ai nervi alle persone che mi sono vicine, perché si sentono controllare, ma non ci posso fare niente: funziono così, ormai sono abituato a contare le lettere, le parole e i gesti e a notare se una pupilla si dilata o si restringe. Impossibile smettere. Come quando impari a leggere, e una volta che hai imparato è impossibile guardare una scritta senza leggerla. Quindi, per prima cosa, il suo cervello rettile.

            “Immagino che se queste sono le sue intenzioni, avrà le sue ottime ragioni per farlo…” inizio io con calma.

            “Sì, è così. Sono stufo di sentirmi addosso questo peso sulle spalle”.

Io so che far domande adesso, come farebbero tutti, compresi i coach della domenica che a questo punto se ne sarebbero usciti con una terribile domanda del tipo “che cosa intendi con peso sulle spalle?”, sarebbe inutile. E poi, non è il mio stile.

            “Beh, chiaro. Ci sta”, riprendo io con tutta calma e poi chiedo “…peso sulle spalle?”, usando esattamente le stesse parole che ha usato Emmanuele o Gesù o come caspita si chiama il mio barbuto amico. Nel frattempo, ci viene in contro un tizio che corre con mascherina di protezione bianca e io mi chiedo a che cosa gli serva, visto che sta correndo e visto che, soprattutto, la mascherina va usata in contesti molto specifici, che di certo non comprendono una corsa in pieno centro di Londra. Il cielo è plumbeo, l’aria è fresca e qualche uccellaccio se la ride sopra di noi, girando in tondo. L’approccio funziona. Lui inizia a dirmi di più.

            “Sono qui da tantissimo tempo, e sono molto stanco. Voglio tornarmene a casa perché non sopporto più l’idea di essere responsabile per la felicità degli altri e nonostante mia madre mi dica che di fatto io non lo sono, io invece mi ci sento. Lei dice che io devo stare qui solo per rappresentanza, che poi gli uomini sono responsabili di quel che fanno, ma io dentro di me sento che la responsabilità è tutta mia”, mi dice rapidamente, e poi tace, traendo un profondo sospiro, che mi dice quanto sia stressato in questo momento. Se fossi capace di provare emozioni nel senso compiuto del termine, adesso probabilmente sentirei tenerezza e affetto, ma il cervello prende il sopravvento. Lui ha utilizzato una strategia motivazionale di allontanamento dalla perdita, visto che è focalizzato su tutte cose che non vuole. Poi, ha utilizzato una strategia di indice referenziale interno, visto che si fida molto più del suo parere rispetto a quello che gli suggerisce una fonte esterna. Lo conquisterò usando anche io queste due strategie e, ovviamente, portandolo poi verso altre direzioni.

            “Penso che tu abbia ragione, Emmanuele. Chi meglio di te può sapere quel che provi? Io sono più che certo che tutti i problemi che in questo momento ritieni di avere siano incredibilmente reali, per te, e nessuno potrà farti cambiare idea”, esordisco mentre noto che lui annuisce leggermente. È mio. Sono passato al “tu” sia perché è più giovane, sia perché in questo modo sarò certamente più persuasivo. La seconda persona singolare fa miracoli.

            “Allo stesso tempo, si tratta di una mia considerazione, poi ovviamente vedrai tu come muoverti”, dico aspettando un suo commento, mentre camminiamo. Il commento non arriva, il che significa che posso andare avanti.

            “Ascoltami bene. A volte, le persone stanno male perché si rendono conto che chi sta loro accanto fa cose sbagliate, o prende scelte che non dovrebbe prendere. E in quei casi, è successo spesso anche a me, noi insistiamo perché queste persone capiscano, perché si rendano conto di quel che stanno facendo, e poi stiamo anche male se non ci danno retta. Sai la verità? Ognuno di noi è responsabile per prima cosa del suo benessere. E nessuno di noi è responsabile della felicità altrui. Tu non sei responsabile della felicità altrui. Liberati di questa idea, lascia andare questo peso e fai un bel respiro di sollievo, amico, perché nessuno può essere salvato senza volerlo davvero. Tu vuoi stare bene? Tu vuoi davvero essere felice? Ecco, queste sono le domande a cui devi rispondere, prima di tutto. Se la risposta è sì, allora inizia a permettere che gli altri possano fare la loro strada”. Faccio un attimo di pausa, per lasciare che l’effetto delle mie parole sia ancora più profondo. A volte, ci vuole un attimo a capire. Lui è assorto.

            “Addirittura, ti dico che, da un certo punto di vista, il voler salvare a tutti i costi chi non vuol essere salvato può persino essere considerato un atto di egoismo. Lascia andare, lascia correre, lascia che ognuno trovi la sua strada, senza la pretesa che sia per forza la tua. Ci sono persone che hanno bisogno di stare male, o di continuare a sbagliare”.

Lui si ferma.

            “Che cosa vuol dire? Chi può aver bisogno di star male?”

            “Beh, Gesù”, lo chiamo con quel nome così carico di significati, “stare bene o stare male è solo una questione di abitudine”.

            “Spiegami”, mi dice. Noto che anche lui è passato al “tu”.

            “Il tuo cervello fa più volentieri quel che è già abituato a fare. Tutto qui. Se tu produci per troppo tempo ormoni dello stress, il tuo cervello continuerà a cercarli, anche se ti fanno star male. Ne ha bisogno. Tutto qui.”

            “Vale anche il contrario?”

            “Eh sì, amico, se ti abitui a stare bene, il tuo cervello poi vorrà sempre e solo ormoni del benessere, solo cose che ti fanno stare bene. È tutto qui, davvero. È solo una questione di scelte.”

Ci fermiamo, perché siamo arrivati a un incrocio trafficato. Noto che un paio di persone si girano a guardare Emmanuele, probabilmente perché ricorda davvero Gesù, oltre a essere Gesù. All’improvviso, una berlina nera inchioda davanti a noi. Una berlina grossa, di quelle che hanno un autista al posto di guida. Il mio sesto senso va in allarme, all’istante. Dopo un secondo, quando la portiera si apre, non ho bisogno di aspettare per vedere chi scende. L’ho riconosciuto dalle scarpe. Dall’auto scende un uomo vestito come cent’anni fa, Anacronistico, detestabile, odioso. Lui è Dantalian, demone oscuro che vive ispirando nelle persone pensieri cattivi, dei quali si alimenta senza sosta. Lui è un demone, e come tutti i demoni esiste solo finché qualcuno lo chiama in quel modo. E, di questi tempi, ci sono davvero tante, troppe persone che non fanno altro che alimentare il suo ego con sentimenti come paura, egoismo, paranoie inutili. Immaginavo che lo avrei rivisto. Mi sento prudere le mani.

            “Leonard Want”, tuona con la sua voce cavernosa che mi fa tremare le ossa, “sono qui per prendere in custodia il suo compare, e trarlo con me in ben altri lidi, lontano da questa massa di imbelli individui che nulla sembrano potere al cospetto delle supreme forze della natura!”.

Io lo guardo. Come sempre, ho l’istinto di reagire brutalmente. Poi, mi ricordo che nessun demone è tale se tu inizi a chiamarlo in modo diverso, se smetti di conferirgli potere. Tu hai il controllo, mi ripeto, tu puoi fare tutto quello che vuoi. Ricorda, mi dico, che il cervello va dove gli dici di andare. E poi mi ricordo dei miei amici Paul e Luciana, che in questo momento certamente mi direbbero di lasciar scorrere, di lasciar andare. Così faccio, traendo un bel respiro.

Emmanuele mi guarda, come in cerca di un aiuto.

            “Stai tranquillo”, gli dico con voce calma e tranquilla. “Andrà tutto bene, sono qui io a proteggerti. Tu ascolta me, fai quello che ti dico e ogni cosa sarà sistemata. D’accordo?

            “D’accordo”, dice lui.

            “Quanto a te, mio caro Dantalian, io credo che tu sia, come tuo solito, nel posto sbagliato al momento sbagliato. Sei peggio di un virus indesiderato, e farai presto la fine che fanno i virus indesiderati. Sparirai nel vento, e di te nessuno nemmeno si ricorderà”, dico mantenendo la concentrazione sulla voce, per evitare che il mio leggero fastidio si noti da un qualche tremolio non voluto. Mentre aspetto che mi risponda, il telefono suona. So che è Elizabeth prima ancora di controllare il display. Sono in ritardo, e lei ha paura. La devo chiamare, devo salvare Gesù e devo liberarmi di un demone che si nutre di pensieri negativi.

            “Ciao, ragazzino”, sento dire alle mie spalle senza preavviso.

            “Io suggerisco di lasciar cadere la cosa. Intendo, lasciar cadere questo insignificante essere da una rupe profonda”, prosegue.

Mi giro ed è lei, in tutto il suo splendore, in tutti i suoi capelli biondi, pantaloni di pelle e tacchi vertiginosi. Evelin, l’angelo della morte, colei che stermina mondi per volere di Lisa e che, curiosamente, è sempre al mio fianco quando si tratta di compiere qualche missione speciale. La cosa sarà più complicata del previsto.

            “Evelin”, le dico a mo’ di saluto,

            “Sì, è il mio nome. Adesso spostati, che devo sistemare questo damerino e sistemarlo nel primo orto che trovo come concime per i pomodori”.

___segue___