I racconti di Leonard Want – 01

PREMESSA, MOLTO IMPORTANTE

Viviamo in tempi strani, in cui ognuno di noi è chiamato a dare il meglio di sé, ciascuno per quel che può, ciascuno con le forze che ha.

La cosa che a me riesce meglio è giocare con le parole: io parlo a loro, e loro parlano a me. Da sempre. Mi dicono cose. E fanno cose, per me e per chi viene a trovarsi sulla mia strada. Fanno Magie, con la M maiuscola. Nel corso degli ultimi due anni, decine di migliaia di persone hanno letto i miei romanzi, “La Parola Magica” e “Il Super Senso”, uscendone trasformate: ho smesso ormai di contare le testimonianze, ma quel che posso dire è che questi libri, scritti con una tecnica tutta particolare, hanno mantenuto la promessa: sono libri che ti cambiano mentre li leggi. Così, mentre pensavo alle parole del mio amico Paolo Stella sul come investire bene questo tempo extra che ci viene concesso in questi giorni di virus e quarantene, ho pensato che avrei potuto aiutare tutti coloro che, oggi, hanno bisogno di una mano. Fare la mia parte, dare il mio contributo. Ed eccomi qui: un’avventura magica di Leonard Want, adatta sia per chi già lo conosce sia per chi ancora lo deve scoprire. Scritta in diretta, in questa (come la chiama Paolo) #mysweetquarantine. Scritta in un modo un po’ particolare: ti prometto che anche il solo e semplice leggere le righe che seguono ti farà bene, ti aiuterà a vedere le cose in modo diverso e, soprattutto, ti aiuterà a vivere con pienezza questi giorni così complicati. Nessun editing, solo scrittura di getto. Ci fossero refusi, considera che ho scritto il più rapidamente possibile, per darti tutti i giorni una mano in questo viaggio. Ho scritto di getto, e di getto continuerò a scrivere. Una puntata al giorno, fino al gran finale. Finale in cui – ne sono certo – tutti vivono felici e contenti.

(Il racconto è scritto per fare bene a chi lo legge. È gratis. È per tutti. Chiunque tu sia, fallo girare, che non si sa mai a chi può far bene una parola magica)

Con tutto il cuore,

Paolo

COME FUNZIONA QUESTO RACCONTO

Se sei qui, ora, e stai leggendo queste righe, di certo un motivo c’è. Nessuno arriva a un racconto del genere se non è nel bel mezzo del proprio viaggio dell’Eroe, un viaggio mistico che affronta chiunque, dopo aver ricevuto una Chiamata, si trovi a dover affrontare i propri demoni in una delle tante battaglie che caratterizzano le nostre vite. E tutti noi, oggi, stiamo vivendo un viaggio dell’Eroe davvero impegnativo. La cosa bella del viaggio dell’Eroe, comunque, è che c’è sempre un lieto fine. Quale che sia la situazione che stai vivendo, questo libro può esserti di aiuto, in un modo molto semplice e decisamente diverso da qualsiasi altro modo tu abbia sperimentato finora (a meno che tu non abbia già letto altri miei libri). Come può essere e come può succedere?

Questa storia è scritta in un modo molto particolare. Nelle pagine che seguono, noterai l’alternarsi di tre stili diversi: lo stampatello tradizionale, il corsivo, il grassetto.

Lo stampatello tradizionale (come questo con il quale sono scritte queste righe) è riservato alla storia comunemente intesa. Il corsivo, invece, è riservato agli insegnamenti di Leonard Want, il protagonista. Leonard Want, durante lo svolgersi degli eventi, ti spiega tecniche di intelligenza linguistica e comportamentale: attraverso le sue spiegazioni, imparerai a interagire in modo significativamente differente e a stare meglio. Uno speciale corso di formazione creato per tempi difficili, racchiuso in una storia avvincente (questo è il mio augurio). Un corso che ho pensato per te, e per i tuoi giorni alle prese con una realtà che non possiamo modificare subito ma che in alcun modo deve impedirci di essere noi, al nostro meglio. Il grassetto, infine, è riservato ai comandi al tuo inconscio e alle suggestioni che il tuo cervello ricaverà dalla lettura, mentre è distratto dalla narrazione: questa è la parte in cui vieni letteralmente guidato, dolcemente, a spostare il tuo focus, a sviluppare un punto di vista più ampio e utile, a osservare la realtà con occhi diversi. Si tratta di un approccio davvero innovativo, che ha già aiutato migliaia di persone. Ora, tocca a te.

PERSONAGGI

I personaggi di questo racconto sono, fra gli altri:

Leonard Want, massimo esperto di interazioni umane e intelligenza linguistica. Incredibilmente snob, con un ego piuttosto importante, goloso di anacardi, piuttosto misantropo.

Elizabeth, sua figlia.

Lisa, Dio. È una signora anziana, fuma, dice parolacce, si veste malissimo. Ed è Dio. Almeno, così dice lei. È un po’ delusa da quel che stiamo facendo, con i talenti che ci ha dato.

Evelin, Angelo sterminatore. Bellissima e crudele, non ha una particolare simpatia per Leonard e per la razza umana in genere. Indossa regolarmente tacchi a spillo vertiginosi e ha un senso dello humor molto, molto particolare.

Lucifer, Signore della Luce. Lui è Lucifero in persona: seduttore, bellissimo, ammaliatore. Dice che finora gli hanno fatto cattiva pubblicità, e c’è da credergli.

Questi personaggi sono già stati protagonisti dei miei primi due romanzi, ma in questo racconto li presento comunque a tutti, così chiunque lo desideri possa tuffarsi nella lettura, anche senza aver letto prima nulla di mio (cosa che, comunque, non vorrò sapere e che mi spezzerebbe il cuore).

LONDRA, 09 MARZO 2020, ore 17:00

“Non avete mai capito un cazzo, Leonard, e vi meritate la fine che state facendo”, mi dice Lisa mentre camminiamo verso Piccadilly Circus e lei sta fumando l’ennesima sigaretta. Oggi è vestita, se possibile, anche peggio del solito. Indossa un completo che mi ricorda moltissimo la celeberrima Jessica Fletcher, la Signora in Giallo. Non l’ho mai sopportata, Jessica Fletcher. E, visto che in dodici stagioni e 264 episodi (senza contare i 4 film per la televisione), ogni singola volta che lei si recava in qualche luogo immediatamente moriva qualcuno, ho sempre pensato che portasse una sfiga tremenda. 264 puntate, 264 morti. Vorrà pur dire qualcosa. Più tremenda del virus che in questi giorni ci sta offrendo l’opportunità di fare le cose in modo diverso.

“Credevo, Lisa, che tutto dipendesse da lei. Persino che questa diffusione del virus fosse opera sua o di Evelin”, dico pescando dal sacchetto di anacardi di Carpo un’abbondante manciata di questi preziosi frutti, delicatamente cosparsi di sale rosa dell’Himalaya, i miei preferiti al mondo. Sgranocchio, tranquillo a dispetto delle numerose persone che mi passano accanto munite di mascherina. Lo scenario è un po’ surreale, e io sono molto attento sia a quel che succede, sia al rispetto delle norme di sicurezza. Al tempo stesso, ho la fortissima convinzione che il nostro stato d’animo, soprattutto in questi momenti, sia determinante. Quando sei calmo e tranquillo, inizi subito a vedere le cose in modo diverso, la tua visione è più chiara, respiri meglio e quindi prendi scelte migliori. È semplice: il tuo stato d’animo trasforma la tua realtà. La cosa bella è che hai sempre il potere di lavorare sul tuo stato d’animo, qualsiasi cosa accada.

“Mi avete sempre fatto cattiva pubblicità, in questo, caro Leonard. Affidate a me il compito di risolvere cose che potete risolvere da soli, e date a me la responsabilità di cose che non mi competono. La situazione che state vivendo è esattamente la situazione che avete creato, e ora ve la dovete gestire. Vi ho creato a mia immagine e somiglianza, dopo tutto: se solo vi ricordaste che cosa siete capaci di fare, sistemereste tutto molto più rapidamente”.

Mentre camminiamo, io osservo con attenzione tutto quel che accade intorno. Non potrei farne a meno, nemmeno volendo: sono un profiler, qualcuno dice – correttamente, secondo me – che sono il più bravo, e mi sono addestrato per anni a osservare tutto, a vedere tutto, ad ascoltare tutto. La cosa, all’inizio, mi ha creato qualche problema, perché quando impari a vedere le cose per quel che sono davvero e non per quel che speri o credi che siano, la realtà diventa da un lato molto più interessante, d’altro lato può riservare qualche spiacevole sorpresa. Nel frattempo, passiamo davanti anche alla mia libreria preferita, Waterstones, in cui mi rifugio spesso per trascorrere del tempo da solo, in mezzo ai miei adorati libri, con una tazza di caffè caldo in mano e, ovviamente, qualche anacardo.

            “Che intende, Lisa?”

            “Intendo dire che avete un potere straordinario, anche se spesso lo sprecate. Siete capaci di fare qualsiasi cosa, solo che semplicemente a volte restate fermi in balia dei pensieri che vi hanno messo in testa. A volte vi comportate davvero come dei cazzoni e ci sono volte in cui mi vien veramente voglia di dire a Evelin di sistemarvi una volta per tutte.”

Come darle torto. Giusto stamattina, leggevo sul giornale che in Italia, uno dei miei luoghi preferiti al mondo, si sta discutendo se giocare o meno le partite del campionato di calcio, mentre gli ospedali fanno fatica a contenere i malati.

            “Infatti credevo che questa epidemia fosse opera di Evelin”, rispondo soltanto.

            “È opera del vostro cervello: il virus lo avete creato voi, e la paura e l’ignoranza hanno fatto il resto. Guardi, Leonard: la situazione potrebbe persino essere migliore di quel che credete, se solo usaste un attimo il cervello. Sta già passando, se vuole sapere la mia opinione. Ma vedo poca gente che si prepara per il dopo.”

Su questo, sono sicuramente d’accordo. La situazione che stiamo vivendo, sta già passando. Anche ora, mentre io parlo con l’incarnazione di Dio in persona, un Dio che fuma, dice parolacce e profuma di vaniglia, sta già passando. È inevitabile. Sta succedendo proprio adesso, ogni secondo che passa è un secondo in meno verso la luce che ci attende al termine di questa prova. Per questo, rimango stupito dal comportamento di tutti coloro che invece di preoccuparsi di come vorranno farsi trovare quando la situazione si sarà calmata, sprecano il loro tempo leggendo false notizie sui social oppure approfittando del contesto per fare la loro personale campagna elettorale: è colpa di questo, è colpa di quell’altro, avremmo dovuto, avreste potuto e così via. È la trappola del senno di poi. Tanti sono concentrati a guardare indietro, pochi guardano avanti. Mentre sono alle prese con questa riflessione, sento vibrare il mio Apple Watch, che mi avvisa di una chiamata in arrivo. Controllo di chi si tratta. Elizabeth.

            “Risponda pure, Leonard, è Elizabeth”, mi dice Lisa come se avesse intuito il mio pensiero e facendomi come sempre innervosire, quando si diverte a leggermi il pensiero.

Io mi fermo. Sono un uomo, faccio fatica a fare due cose contemporaneamente.

            “Ciao Elizabeth”.

            “Ciao papà. Puoi parlare?”

            “Certo, di che si tratta?”

            “Sono un po’ preoccupata per quel che sta capitando”.

            “Hai ragione a esserlo”, le dico guardando Lisa, che a sua volta mi guarda ed evitando di cadere nella trappola della facile consolazione, che non funziona. In momenti come questo, rassicurare subito una persona che ha paura può produrre effetti contrari a quelli sperati, perché il cervello rettile di chi ci ascolta, per potersi fidare di noi, ha bisogno di sapere che anche noi vediamo le cose come le vede lui, che siamo allineati. Infatti, Elizabeth tace, in attesa di altro. È il momento di usare gli altri due cervelli. Ora tocca al limbico.

            “Per questo, Elizabeth, visto che voglio parlarti con calma e metterti tranquilla, preferisco prendermi il tempo per farlo con calma. Così ti posso aiutare. Che ne dici se ti chiamo fra poco, appena finisco qui?”, concludo. Prima regola per una interazione efficace: ingaggia il cervello rettile di chi ti ascolta, dimostrandogli che può fidarsi di te. Poi, seduci il suo cervello limbico, fornendogli una versione della realtà che soddisfi il suo interesse. Infine, lavora sulla neocorteccia, dando le indicazioni che vuoi dare o facendo la tua domanda finale.

            “Va bene, papà, ma tra poco. promesso?”

            “Promesso”, dico. Poi ripongo il telefono in tasca. Ne approfitto per capire che cosa voglia Lisa da me.

            “Perché mi ha chiamato, Lisa? Che cosa vuole da me?”

            “Camminiamo”, dice riprendendo a camminare verso il cartellone led più famoso del mondo, che di solito trasmette immagini patinate e che in questi giorni è monopolizzato da programmi di news e titoli scorrevoli che parlano di ricoveri e contagi. Quando si è circondati da notizie che continuamente ti fanno pensare a determinate cose, può essere davvero impegnativo restare concentrati su quello che ci fa star meglio. Al tempo stesso, il tuo cervello va dove gli dici di andare, segue le tue regole e tu puoi portarlo dove vuoi. Lui farà quel che tu gli dici di fare. Come amo ripetere in aula, durante le lezioni, hai tu il completo controllo. Tu puoi decidere in qualsiasi momento di pensare ad altro, di concentrarti su quello che ti fa stare bene.

            “Ho un piccolo problema e vorrei che lei mi aiutasse a risolverlo, Leonard. Ovviamente, la pagherò bene per i suoi servigi”, aggiunge lanciandomi un’occhiata di sbieco e sapendo che sono sensibile all’argomento. Comunque, taccio per evitare di sbilanciarmi e di mostrare che ho fretta di sapere di che si tratta. Durante una negoziazione, la cosa migliore da fare è mostrare di non essere in condizione di bisogno. Anzi, a dire il vero è una regola che vale in ogni contesto della nostra vita: quando hai bisogno di qualcosa, non sei libero, perché agisci sulla spinta emotiva di quello che tu credi essere un vuoto. Vale nel business, vale in amore. Quando dici a qualcuno che hai bisogno di lui, stai dichiarando di avere un vuoto da colmare. E l’amore non dovrebbe servire a colmare vuoti, personali o altrui. L’amore vero è quello che solo una persona piena può offrire, e solo una persona piena può ricevere.

            “Ho un problema con una persona, e lei mi deve aiutare a risolverlo”.

            “Ho capito. Che tipo di problema?”

            “Adesso è prematuro parlarne. Le dico solo che è una persona molto particolare e molto sensibile, e che ha delle idee malsane in testa che è meglio che smetta di avere, per il bene suo e di tutti quanti voi. Ho ritenuto, anche alla luce dei suoi precedenti successi, che lei sia la persona più indicata per fargli cambiare idea. Potrà ovviamente contare sul supporto di Lucifer ed Evelin, qualora ci fossero ostacoli o si presentassero… per così dire, impedimenti”.

Io stringo, per riflesso incondizionato, le mascelle. Impedimenti. Quando si tratta di Lisa, il termine impedimento di solito è collegato a qualcosa come la fine del mondo, arcangeli incazzati che vogliono distruggere il Pianeta oppure demoni dell’inferno con mire espansionistiche. Sto per chiedere ulteriori delucidazioni, quando Lisa si ferma. Siamo arrivati davanti a un piccolo pub, già mezzo vuoto: alle 18:00 scatta il coprifuoco e tutti i locali devono chiudere. Non che ci sia moltissima gente in giro, comunque. Sbircio all’interno dai pesanti vetri spessi e scuri e intravedo una decina, forse, di avventori, nessuno dei quali al banco. In tempi di virus, ti fanno consumare la tua pinta di birra solo al tavolo. La cosa non mi riguarda: non frequento i pub e i gin tonic solitamente li preparo da me, nel mio appartamento in Buckingham Palace road. Abito vicino alla vecchia Regina che, qui a Londra ne siamo tutti certi, dopo aver seppellito almeno una dozzina di presidenti americani, seppellirà anche questo virus, se mai lui avesse la sfortuna di incontrare lei.

            “E’ quello seduto di spalle, esattamente di fronte a lei. Lo vede?”

Annuisco. C’è solo un tizio seduto di spalle, tutti gli altri li posso vedere in faccia. Sto per chiedere a Lisa che cosa vuole che faccia, ma lei è scomparsa. Tipico. Entro. L’ambiente è in legno massiccio e scuro, e l’odore di birra e alcol decisamente al di sopra della mia soglia di sopportazione. Saluto con un cenno del capo il barista, che muove leggermente la testa in segno di risposta. Nessuno bada a me, nonostante sia vestito come un damerino: completo blu, camicia bianca con gemelli, uno spolverino blu per il fresco di marzo e scarpe stringate nere, lucide come uno specchio. Se mai il virus dovesse farmi visita, mi troverebbe vestito come si deve. Che, per me, è importante. Avere cura di se stessi, anche quando una parte del cervello si oppone e ti invita a lasciar perdere, è il modo migliore per restare concentrati, e sani. Faccio ancora un paio di passi e mi avvicino al signore di spalle, che indossa una maglia marrone (credo, ma potrebbe anche essere verde. Visto che sono daltonico, i colori sono decisamente un optional, per me) di almeno un paio di taglie più larga del dovuto e che gli casca malamente dalle spalle, a loro volta ricoperte da lunghi capelli spettinati (orrore). Non riesco a vedere bene quel che succede sotto il tavolo, ma mi sembra di intravedere un paio di scarpe sdrucite, probabilmente marroni pure quelle. Lo sorpasso, così da averlo di fronte a me e mi fermo davanti a lui, in piedi. Sembra un hippy arrivato da Woodstock, con barba lunga e spettinata e viso piuttosto emaciato. Se Tony, il mio barbiere, vedesse una barba del genere, probabilmente si scolerebbe una bottiglia di whisky, di quello buono.

            “Buongiorno”, gli dico senza sapere bene da che parte iniziare. Farò qualche domanda per esplorare la situazione e verificherò se questo tizio, almeno, conosce Lisa.            “Buongiorno a lei, buon uomo”, mi risponde.

Mi chiedo se il virus abbia già intaccato le mie sinapsi nervose. Mi ha davvero chiamato “buon uomo” o ho avuto una allucinazione auditiva? Resto impassibile, per evitare di mostrare segni di debolezza.

            “Come posso aiutarla?”, mi chiede.

            “Sono qui perché quella che credo sia una comune conoscenza mi ha chiesto di incontrarla e di parlare con lei. Mi chiamo Leonard Want, comunque”, chioso senza dargli la mano, che di questi tempi ci si saluta solo con gli occhi.

            “Ah, Leonard Want, ho sentito parlare di lei da mia madre.”

            “Sua madre?”

            “Sì, la signora che l’ha spedita qui. Credo che lei la conosca come Lisa”.

Ecco, questo proprio non me lo aspettavo. Difficile che qualcuno riesca a sorprendermi, ma quest’uomo di forse trent’anni ci è appena riuscito in pieno. Lo racconterò al mio amico Star, che mi prende sempre in giro perché dice che con me non c’è gusto, che so sempre tutto in anticipo. Invece no, caro il mio Paul Star, qualche volta capita anche a me di restarci di sasso. Comunque, non gli darò questa soddisfazione. Resto impassibile.

            “Sua madre. Lisa. Sì, è stata lei a mandarmi qui. Ma lei chi è?”

            “Io? Io sono Emmanuele. Mi chiamano anche Stella del Mattino, Maestro e così via. Per me, va bene Emmanuele. O, se preferisce, può chiamarmi Gesù. Ecco, mi presento: io sono Gesù Cristo di Nazareth. Lieto di conoscerla, mister Leonard Want”.

___ segue ___